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Quando la gentilezza diventa autolesionismo

  • Immagine del redattore: Maria Elena Basso
    Maria Elena Basso
  • 6 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Il confine sottile tra compassione e complicità nel proprio maltrattamento


Chiamiamola Sara.

Sara lavora come project manager in un'azienda di medie dimensioni. Competente, precisa, quella che risolve i problemi prima ancora che qualcuno se ne accorga. Il tipo di persona su cui tutti contano, perché Sara "non dice mai di no."

E infatti, non lo dice.


Quando la sua responsabile diretta – chiamiamola Chiara – inizia a scaricarle addosso le proprie scadenze, Sara accetta. Quando Chiara le manda e-mail alle 23:00 pretendendo risposte immediate, Sara risponde. Quando Chiara la chiama durante il weekend perché "tu sei l'unica che capisce come funzionano queste cose," Sara è lì pronta.


E quando Chiara, un lunedì mattina, davanti a tutto il team, le urla che è "un'incompetente che non sa gestire nemmeno un foglio Excel" – dopo che Sara ha passato il weekend a sistemare proprio il report che Chiara aveva dimenticato di fare – Sara mormora "scusa, mi dispiace" e torna alla sua scrivania con gli occhi lucidi.

Quella sera, parlando con un'amica, Sara dirà: "Ma sai, Chiara è sotto pressione. Ha tanti problemi personali. Io cerco di essere comprensiva, di non aggiungere peso alla sua situazione. È importante avere compassione."


No, Sara, quella non è compassione. Si chiama autolesionismo travestito da virtù.

Esiste un'epidemia silenziosa, soprattutto tra le donne (ma gli uomini non ne sono immuni) che confondere la gentilezza con l'annullamento di sé, la capacità di comprendere con l'obbligo di sopportazione e il credere di essere "persone buone" voglia significare diventare zerbini emotivi su cui chiunque può pulirsi le scarpe.

E quando qualcuno, un'amica, un capo, un partner, ci maltratta, ci raccontiamo una storia consolatoria: "Sono compassionevole, Sono più grande delle sue cattiverie."


Ma la verità scomoda è questa: quando permettiamo agli altri di trattarci male "perché capiamo le loro difficoltà" non stiamo esercitando compassione. Stiamo esercitando vigliaccheria mascherata da virtù.

Perché essere compassionevoli richiede forza, discernimento, confini chiari. Significa poter dire: "Capisco che tu stia soffrendo, ma questo non ti dà il diritto di ferire me."


E poi c’è la crocerossina non richiesta. Questa rappresenta quella parte di noi che si lancia a salvare chi non ha chiesto di essere salvato, che si fa carico di pesi non suoi, che tollera l'intollerabile perché, in fondo, così si sente necessaria/o. In questo modo può evitare di guardare in faccia la propria mancanza di autostima.


Facciamo, allora, chiarezza con una distinzione brutale ma necessaria. 

COMPASSIONE:"Vedo la tua sofferenza. Sono disposto ad aiutarti se me lo chiedi, nei modi e nei limiti che rispettano entrambi."

CROCEROSSINA:"Vedo la tua sofferenza e mi ci butto dentro anche se non me lo hai chiesto, anche se mi ferisce, anche se mi annulla. Perché se non ti salvo io, chi sono?"

COMPLICITÀ NEL PROPRIO MALTRATTAMENTO:"Tu mi ferisci, io ti giustifico. Tu attacchi, io ti comprendo. Tu mi manchi di rispetto, io mi convinco che tu stia solo attraversando un momento difficile."

Il problema di Sara non è che ha un cuore grande, è che ha confini inesistenti.


Ecco tre verità scomode, ma utili da tenere nel proprio Survival Kit:

1. Dire NO non è crudeltà. È onestà.Quando dite "no" a una richiesta che vi svuota, che vi danneggia, che vi manca di rispetto, non state tradendo nessuno. State semplicemente dichiarando che anche voi esistete e che la vostra esistenza ha un valore.

2. Non potete avere compassione per gli altri se non l'avete prima per voi stessi.Ogni volta che tollerate un abuso "perché capite," state dicendo a voi stessi che la vostra dignità vale meno della tranquillità altrui. E questa è la forma più crudele di assenza di compassione.

3. Chi vi rispetta davvero non ha bisogno che diventiate invisibili.Le relazioni sane, di lavoro, di amicizia, d'amore, non richiedono che una persona si sacrifichi sull'altare dell'altra. Chi vi vuole bene vi chiede di esserci, non di scomparire.


Sara, dopo un percorso di coaching, ha fatto una cosa rivoluzionaria.

Ha mandato una mail alla sua responsabile, poche righe, il tono professionale, il contenuto cristallino: "Non accetto più comunicazioni fuori dall'orario lavorativo se non per emergenze documentate. Non accetto più toni aggressivi. Se il mio lavoro non è soddisfacente, parliamone nelle sedi appropriate."

Chiara ha risposto con rabbia. Ha tentato la carta del senso di colpa ("Dopo tutto quello che ho fatto per te"), poi quella della minaccia velata ("Attenta, qui le persone difficili non durano").

Ma Sara, per la prima volta, ha retto.

Non ha risposto, non si è giustificata né ha cercato di "far capire le sue ragioni." Ha semplicemente mantenuto il confine esercitando il suo diritto di dire ‘no’.

Due settimane dopo, Chiara ha smesso, e non perché fosse cambiata, ma perché Sara aveva smesso di essere un facile bersaglio e soprattutto disponibile.


La domanda che dovremmo farci tutti non è: "Come posso essere più comprensivo?"

È: "Sto confondendo la compassione con la complicità nella mia stessa svalutazione?"

Perché farsi rispettare non è cattiveria, non è egoismo e non è mancanza di cuore.

È l'unico modo per essere davvero compassionevoli, partendo da noi stessi e poi verso gli altri.

E forse, solo forse, quando smetteremo di trasformarci in crocerossine non richieste, scopriremo che le relazioni più sane non sono quelle in cui ci annulliamo per l'altro, ma sono quelle in cui entrambi esistiamo con pari dignità e con reciproco rispetto.

Anche quando – soprattutto quando – questo richiede il coraggio di dire: "No. Solo fino a qui."


"Rispettare gli altri inizia col rispettare se stessi.Tutto il resto è solo teatro della sopportazione."


Be Yourself Coaching – Perché la gentilezza senza confini è autolesionismo

 
 
 

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