Il coraggio secondo la filosofia (senza armature né cavalli bianchi) 🌿 Seconda pillola di filosofia quotidiana
- Maria Elena Basso
- 25 gen
- Tempo di lettura: 3 min
Eccoci finalmente al secondo appuntamento con le pillole omeopatiche di filosofia quotidiana.
Lo spunto che mi ha dato il bel gruppo di giovani filosofi è stato il tema del ‘coraggio’. Argomento oggi molto sentito, ma che pochi sanno riconoscere quando si presenta senza fanfara o in modo plateale.
Non sempre il coraggio si mostra con la forma di un guerriero con lo scudo alzato, spavaldo e urlato. A volte, il coraggio può indossare anche solo un semplice pigiama sformato e si alza tutte le mattine dal letto, anche quando non ne ha voglia. Altre volte ha il volto di chi cambia idea o di chi dice “non ce la faccio, aiutami”, ha il volto della solitudine, dell’abbandono (di un partner, di un lavoro…).
In filosofia, il coraggio è un tema antico e spinoso. Ecco allora tre pillole che ho estrapolato da vari pensatori e che vi invito a gustare con lentezza e ad appropriarvene se vi è utile.
Non ci sono controindicazioni, forse solo qualche lieve effetto collaterale come alcuni pensieri fuori rotta, dubbi diffusi, quelli sì, ma che siano i benvenuti e forse (spero vivamente!) producano un vivo desiderio di fare pace con se stessi e… con il nostro personale senso del coraggio.
1. Aristotele: il coraggio è la via di mezzo (e no, non è codardia camuffata)
Partiamo subito con un big tra i pensatori: ecco a voi Aristotele.
Per questo ‘grande pensatore’ il coraggio è una virtù, ma attenzione: non vuol dire “non avere paura”; è piuttosto saperla ‘abitare’. A parole mie vuol dire saperla portare con disinvoltura anche se stringe un po’ sui fianchi e non ti senti proprio comodo.
Aristotele ci dice che essa rappresenta la giusta via tra due eccessi: la temerarietà (troppo) e la viltà (troppo poco).
Il coraggioso è colui che (udite udite!) conosce la paura, la guarda in faccia e sceglie comunque l’azione giusta: né avventata né paralizzante. Solo perché è bello farla e sarebbe brutto non farla!
Allora anche ammettere: “sto tremando di paura ma ci provo ugualmente” può essere un atto profondamente ‘aristotelico’ di coraggio.
2. Kierkegaard: il salto della fede (spoiler: nessuna rete di sicurezza)
(Su di lui ho scritto un altro articolo che vi invito a leggere).
Il coraggio, per Kierkegaard, è dire di sì all’incertezza, è saper fare un salto nel vuoto. È il rischio consapevole di scegliere senza sapere tutto, di amare senza garanzie, di vivere davvero senza sapere come andrà a finire. Insomma, non è roba da cuori freddi, ma da spiriti accesi, capaci di dire: “Ho paura, ma vado lo stesso”.
Dunque, se il dubbio ti assale, non vuol dire che sei meno coraggioso: sei solo vivo.
3. Simone Weil: il vero coraggio è non far finta
Simone Weil, filosofa e mistica, ci insegna che il coraggio non è nella forza, ma nell’attenzione. Nella presenza totale a ciò che ci è davanti, fosse anche una sofferenza, un’ingiustizia o una scelta difficile.
Il coraggio, scrive, è guardare senza distogliere gli occhi.
Anche quando fa male.
Soprattutto quando fa male.
Non è spettacolare, non va sui social, ma è l’unico che, a lungo andare, trasforma davvero le cose.
E noi, oggi?
Viviamo in un’epoca che esalta la performance ma dimentica la presenza.
Ci vogliono forti, veloci, risoluti.
Mai stanchi, mai incerti, mai fragili.
E invece, il vero coraggio – oggi – forse è dire:
“Non ce la faccio.”
“Oggi rallento.”
“Ora scelgo me.”
Forse non fa curriculum, ma fa verità, soprattutto verso noi stessi.
Chiamalo atto filosofico.
Chiamalo resistenza gentile.
Chiamalo coraggio — quello vero, quello quotidiano, quello che non fa rumore.


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