Le parole (guida) che porto con me quest’anno
- Maria Elena Basso
- 21 mar
- Tempo di lettura: 4 min

C'è un momento, nel processo di scrittura di un romanzo, in cui i personaggi smettono di obbedirti. Cominciano a parlare con una voce propria, a prendere decisioni che non avevi previsto. All’inizio resisti, cerchi di riportarli sulla strada che avevi tracciato. Poi, però, capisci: la storia migliore non è quella che avevi immaginato, ma quella che emerge quando accetti di non controllare tutto.
Quest'anno non ho fatto liste di propositi. Mi sono ritrovata con tre parole (guida) che continuano a risuonare nella mia mente come un ritornello insistente. Eccole, ve le condivido, insieme alle mie riflessioni.
Tre parole guida
Fiducia
La prima volta che ho usato questa parola quest'anno è stato durante una sessione di coaching. Una cliente mi raccontava della sua paura di non essere abbastanza brava, abbastanza veloce, abbastanza tutto. Le ho chiesto: “Quanto tempo dedichi a costruire competenza e quanto invece a dubitare di quella che hai già?”
Silenzio.
Poi ha riso, di un riso amaro, di chi si riconosce in una verità che preferiva evitare.
La fiducia non è ottimismo cieco. È la capacità di stare nel non-sapere senza collassare; è quello che serve quando inizi un terzo romanzo sapendo che i primi due ti hanno insegnato soprattutto quanto non sai della scrittura; è quello che chiedo ai partecipanti di ‘Sabati di Svolta’ quando propongo di esplorare le zone d'ombra del proprio essere, non solo le parti note.
Fiducia è anche imbarcarmi su un aereo senza sapere esattamente cosa troverò a destinazione, ma sapendo che il viaggio mi restituirà sempre più domande interessanti di quelle con cui sono partita. Venticinque anni di voli mi hanno insegnato questo: la destinazione conta, ma è la disposizione con cui attraversi lo spazio intermedio a trasformarti.
Precisione
Suona quasi in contraddizione con la fiducia, vero?
Eppure, è proprio nel loro dialogo che trovo l'equilibrio. La fiducia mi permette di iniziare, la precisione mi impedisce di accontentarmi.
Scrivere un romanzo è un esercizio di organizzazione e precisione brutale. Ogni parola deve guadagnarsi il suo posto. Non basta che una scena ‘funzioni’ – deve essere quella scena, con quelle parole, in quel preciso momento della narrazione. È un lavoro di cesello che richiede una pazienza che non ti insegnano da nessuna parte.
Nel coaching, la precisione è ancora più delicata. È l'arte di scegliere la domanda giusta al momento giusto, di interrompere – sì, proprio così, di interrompere – quando senti che il cliente sta raccontando la storia che crede tu voglia sentire, invece di quella vera. È il coraggio di dire: “Fermati. Quello che hai appena detto... lo pensi davvero o c’è dell’altro?”
‘Sabati di Svolta’ è nato proprio da questa esigenza di precisione. Non volevo creare l'ennesimo corso su ‘come avere successo nella vita’, volevo costruire qualcosa che nominasse con esattezza ciò che nessuno dice: la solitudine (anche quella professionale), il paradosso della libertà che può diventare gabbia, il soffitto di crescita quando lavori da solo. Così come una rinnovata precisione in ciò che sentiamo, viviamo e costruiamo nel nostro quotidiano.
Attenzione: la precisione non è perfezionismo, è onestà, è chiamare le cose con il loro nome, anche quando è scomodo.
Movimento
Ecco la parola che tiene insieme le altre due.
Montaigne scriveva i suoi Saggi mentre viaggiava, convinto che il pensiero avesse bisogno del corpo in movimento per non cristallizzarsi e io mi riconosco in queste sue parole. Le idee più chiare mi vengono camminando, correndo sul tapis roulant, viaggiando, spostando il corpo nello spazio.
Ma c'è un altro tipo di movimento, meno geografico e più esistenziale ed è quello che accade quando accetti di essere in perenne evoluzione, quando smetti di cercare ‘la versione migliore di te stess@’ e cominci ad abitare le versioni successive di te stess@.
Nel 2026 voglio muovermi di più. Non solo attraversare paesi e culture, ma attraversare anche le mie certezze consolidate. Voglio continuare a formarmi, a studiare, a mettere in discussione quello che credo di sapere sul coaching, sulla scrittura, sulle persone.
Il movimento è anche questo: la disponibilità a cambiare idea, a riconoscere che quella strategia che funzionava l'anno scorso oggi non serve più. Che quel personaggio del romanzo deve prendere una strada diversa. Che quel modulo del corso va ripensato perché i partecipanti mi stanno insegnando qualcosa che non avevo previsto.
Il Punto di Convergenza
Queste tre parole – fiducia, precisione, movimento – non sono ambiti separati della mia vita. Le vedo più come lenti attraverso cui guardare tutto quello che faccio.
Quando scrivo il romanzo, ho bisogno di fiducia nella storia che emerge, precisione nelle parole che scelgo, movimento per non irrigidirmi su un'unica visione.
Quando accompagno un cliente in sessione, ho bisogno di fiducia in lui, precisione nelle domande che faccio, movimento per seguire dove la sua conversazione vuole andare.
Quando progetto ‘Sabati di Svolta’, ho bisogno di fiducia nella metodologia, precisione nella struttura didattica, movimento per adattare il percorso a chi lo attraversa.
Quando viaggio, ho bisogno di fiducia nell'imprevisto, precisione nell'osservazione, movimento per lasciarmi trasformare.
Non so dove mi porteranno queste parole alla fine dell'anno. Non è questo il punto. Il punto è che sono parole vive, non etichette decorative. Le sento come bussole e non destinazioni.
E forse è proprio questa la differenza tra ‘parole per l'anno’ e ‘buoni propositi’: le prime ti accompagnano ovunque tu vada, adattandosi al terreno che attraversi, i secondi ti aspettano rigidi a gennaio 2027, pronti a farti sentire in colpa per non averli raggiunti.
Io scelgo le parole che si muovono con me.
E tu? Quali parole porti con te quest'anno? Non quelle che pensi dovresti scegliere, quelle che continuano a tornare, insistenti, anche quando vorresti ignorarle.




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