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L'arte della leggerezza

  • Immagine del redattore: Maria Elena Basso
    Maria Elena Basso
  • 28 dic 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Lasciar andare, rallentare e fare spazio, anche nella mente


C'è un momento dell'anno che spesso arriva in maniera silenziosa, che non è segnato in agenda tra le cose da evadere, ma si fa sentire con forza e richiede la nostra attenzione: è il momento in cui non è il nostro corpo a chiedere tregua, ma la nostra mente, ormai strizzata e spesso prosciugata.


Non è solo la stanchezza fisica che si ripercuote sulla mente, ma è un desiderio più sottile, più profondo, che ha un'urgenza tutta sua: è la necessità di lasciar andare, di mollare le cime per lasciarsi trasportare.


È l'esigenza di mollare la tensione accumulata dalle riunioni, dalle scadenze, dai molteplici appuntamenti ma anche dalla vita quotidiana di portare i figli a scuola, della spesa, delle visite mediche, e chi più ne ha più ne metta.


Inoltre, non vanno dimenticate le aspettative disattese, che hanno un notevole peso sulla nostra mente. Così come i pensieri che ci abitano e a volte ci assillano come inquilini rumorosi. Talvolta perfino alcuni sogni che ci portiamo dentro possono diventare ingombranti e magari al momento potrebbero avere solo bisogno di acquetarsi e di decantare.


Cercare la leggerezza, allora, non vuol dire essere frivoli o superficiali. Al contrario, questa rappresenta un momento di cura e attenzione verso noi stessi, un comprendere ciò che non serve più, come quando gli alberi perdono le foglie in autunno o anche solo un momento per mettere in pausa i troppi impegni.


In Oriente, la leggerezza è considerata una forma di saggezza profonda e, per esempio, per i monaci zen, nel rituale del tè, svuotano e puliscono la tazza prima di riempirla di nuovo.


Chissà, questo potrebbe essere un buon esercizio anche per le nostre menti affollate!


La prassi di fermarsi e lasciar andare non è solo un pensiero che troviamo nelle enigmatiche filosofie orientali. Una buona tradizione la troviamo anche in casa nostra. Nell'antica Roma, i guerrieri, prima di fare rientro in città dopo una lunga guerra, si fermavano diversi chilometri prima, per un tempo di "defaticamento", un momento di decompressione, di ristoro alle terme, di ritorno graduale alla vita civile. Un rituale che non era solo fisico, ma mentale, anche simbolico, che permetteva a quegli uomini duramente provati, di ritrovare un equilibrio.


Leggerezza, allora, vuol dire saper fare spazio, è accogliere il vuoto senza temerlo, come la tazza di tè. È anche lasciar andare il superfluo, i pensieri, le aspettative, le tensioni, per tornare al nostro io, con più onestà verso noi stessi e con meno peso.


E noi? Dove abbiamo messo il nostro spazio per decantare?


Anch'io, non faccio eccezione. Il fatto di essere una coach non mi rende sempre inattaccabile dai ritmi accelerati, né più brava di altri nel sapermi ritagliare i giusti momenti di pausa o invulnerabile dai sensi di colpa di non aver fatto abbastanza. Come molti, a volte fatico a crearmi quel vuoto necessario per decantare o a ritagliarmi il tempo per non fare, per non rispondere, per lasciare sedimentare tutto il lavoro fatto e le ore di studio.


Ma due cose le ho imparate: ascoltarmi e non sorvolare sui segnali della fatica. Se il mio dialogo interiore comincia a essere poco nutriente, comincio a perdere i pezzi di appuntamenti, impegni e scadenze, so che è arrivato il momento di rallentare, di cercare quel 'vuoto' che per me non è assenza ma ascolto, capacità di guardare dentro e fuori me stessa. Capire in che stagione dell'anno sono, apprezzare la telefonata di un amico senza l'ansia che sto perdendo tempo.


Siamo immersi in una cultura che ci spinge a produrre di più, essere ovunque, non perdere mai nulla, pena il senso di colpa diffuso di non essere stati abbastanza presenti, a non aver risposto abbastanza celermente ad una mail, a non aver seguito quel webinar o corso.


Ma siamo sicuri che sia sempre la via giusta?


Per me la leggerezza è diventata un manifesto.


Non leggo nella leggerezza un principio di superficialità, ma la vedo come un prendersi cura di sé, un momento per respirare profondo tra un capitolo e l'altro della nostra vita, un attimo di tenerezza verso se stessi.


La leggerezza l'ho raccontata nei miei libri, sotto forme diverse:

In "Zaino e Valigia", la leggerezza è libertà di scegliere il proprio passo e il proprio bagaglio, anche interiore.

In "From Singapore with Love", è accettare i cambiamenti e un lasciarsi andare all'ignoto, alla nostalgia, alle emozioni che non si possono controllare.

Nel mio nuovo romanzo… Beh, questo ve lo racconto un'altra volta.


Vorrei terminare con un semplice suggerimento: in questi giorni di fine anno possiamo concederci un piccolo lusso, non quello della fuga, ma piuttosto quello del ritorno a sé, non dell'assenza, ma della presenza nelle nostre vite.


Presenza nei momenti di lentezza e nei dettagli che altrimenti ci sfuggono e tolgono sapore al nostro presente.


L'invito è quello di lasciare spazio alla leggerezza, alla quiete, alla possibilità che proprio lì, in quell'apparente vuoto, possono nascere nuove idee, una nuova creatività può prendere forma e generare nuova forza.


E tu, cosa vuoi lasciar andare prima di entrare nel nuovo anno?

 
 
 

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