Il tempo che (non) abbiamo: vivere il presente senza aspettare
- Maria Elena Basso
- 11 feb
- Tempo di lettura: 4 min
Pillola n.3
Con questa terza riflessione si conclude il piccolo ciclo delle pillole omeopatiche di filosofia da strada.
Tre pensieri sparsi, nati tra una passeggiata mattutina e una lezione a teatro, ascoltando parole altrui che sono poi diventate anche un po’ mie.
Non propongo queste riflessioni per dare risposte – che quelle le lascio ai manuali – ma per condividere domande, suggestioni, prospettive, le stesse che ho provato io.
E, perché no? per fare della filosofia qualcosa che si possa tenere in tasca.
Come un sassolino raccolto per caso e che ce lo portiamo in tasca.
Il tempo che (non) abbiamo – vivere il presente
C’è un paradosso sottile che ci accompagna ogni giorno: viviamo come se il tempo non finisse mai e allo stesso tempo siamo costantemente in attesa che qualcosa – o qualcuno – arrivi a salvarci.
Dino Buzzati, nel suo capolavoro Il deserto dei Tartari, ce lo sussurra con una prosa limpida e incalzante. Il protagonista, Drogo, trascorre la vita intera scrutando l’orizzonte, aspettando un evento straordinario che dia finalmente senso alla sua esistenza. E nell’attesa – sempre dignitosa, ma anche ostinata e tuttavia tragicamente umana – la vita gli scivola via.
Senza accorgersene, Drogo – come molti di noi – si ritrova ad aver vissuto più nell’attesa del futuro e di ciò che accadrà, piuttosto che nel presente.
Anche noi spesso ci mettiamo in una situazione di attesa e aspettiamo: un amore travolgente che prima o poi troveremo, una promozione che sentiamo di meritare che deve scendere dall’alto come lo Spirito Santo, una telefonata che potremmo fare ma meglio aspettare che lo faccia l’altro, un “sì” o un “no” che vorremmo dire, ma rimandiamo in attesa di un tempo più giusto, e che potrebbe cambiare tutto.
Nel frattempo, dimentichiamo che l’unica cosa reale – qui e ora – ci sta passando davanti.
Lo diceva già Seneca, senza troppi giri di parole: “Non è che abbiamo poco tempo, è che ne sprechiamo tanto.”
E Lao Tzu, dall’altra parte del mondo, rincara la dose con la grazia del Tao: “Se sei depresso, stai vivendo nel passato. Se sei ansioso, stai vivendo nel futuro. Se sei in pace, stai vivendo nel presente.”
Eppure, vivere il presente non è così semplice.
Richiede coraggio. Richiede un piccolo strappo al copione dell’attesa, della procrastinazione emotiva, della frenesia di controllo su ciò che avverrà – forse - domani.
Richiede l’umile consapevolezza che questo momento, per quanto imperfetto o silenzioso, è già vita. È già il momento, quello giusto.
Allora questa pillola omeopatica – che, come tutte, non pretende di guarire o insegnare ma solo di stimolare – vuole essere un invito gentile a: smettiamo di aspettare i Tartari, scendiamo dal bastione, mettiamo su il caffè e magari, iniziamo a vivere proprio ora, gustandoci quel caffè.
Per concludere…
Ora, forse, vi starete chiedendo: “Tutto molto interessante, ma tu, dove ti collochi, dopo tutte queste riflessioni di filosofia?”
La verità è che anch’io ho provato davvero a farle mie, ad indossarle, a non lasciarle solo come parole ‘belle da leggere’.
Ecco allora la mia personale lezione.
La prima cosa che mi ha toccato sul vivo è stata la riflessione sul tema del tempo, sul mio sguardo costantemente proiettato in avanti, sul mio continuo riempire l’agenda, il mio pianificare il domani, nel tentativo di cercare di farci stare tutto.
Lavoro ai miei libri sperando che in un futuro trovino la loro strada; continuo a mantenere lo sguardo puntato avanti costruendo e migliorando il mio essere coach, sognando una realizzazione piena, matura in un domani che spero essere ormai prossimo; coltivo l’ambizione di portare sollievo e leggerezza all’umanità in breve tempo.
Insomma, anch’io, come tanti, mi sono sorpresa nell’attesa dei risultati di domani.
Ma c’è anche un’altra riflessione che mi porto via da queste pillole, ed è la lezione di Kierkegaard, filosofo della scelta, che mi ha aiutato a riconoscere un aspetto di me a cui non avevo dato davvero ascolto fin qui.
Ogni decisione porta con sé un timore sottile, che è quello di perdere qualcosa, perché scegliere, in fondo, è anche rinunciare a qualcosa d’altro e quindi accettare che ogni strada imboccata lascia inevitabilmente dietro di sé sentieri non percorsi, inesplorati e, chissà, magari potenzialmente migliori per me.
Sì, lo ammetto, quel timore l’ho riconosciuto anch’io, anche oggi, nonostante tutti gli strumenti che ho acquisito e mi ha sorpreso scoprire che l’istinto di non voler perdere nessuna possibilità – nessuna! – resta lì, nel mio retro-cranio, a borbottare come una pentola di fagioli.
Ma ora, con questa nuova comprensione, sono più presente alle mie scelte, sapendo che in ogni scelta c’è sempre una lezione che mi aspetta, che quello che ho lasciato indietro non mi apparteneva.
Naturalmente spero che sia la scelta migliore per me, ma so anche che il senso di ciò che accade dipenderà, almeno in parte, da come io sceglierò di interpretarlo.
Sono consapevole che ogni istante può diventare un momento di apprendimento e ogni passo che faccio per quanto incerto può riportarmi a casa, da me stessa. Non sarà il mondo a dirmi se ho sbagliato o fatto bene, ma sarà lo sguardo con cui sceglierò di leggermi, la storia che deciderò di raccontarmi.



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